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Eliseo

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Quante scarpe e quante maglie
nella giostra mattutina della miseria.
La vecchia casetta si riempiva di voci...

tra gli odori di latte e di pane secco
e i loro mille sapori
che non saziavano i morsi della fame.
In quello strano giardino
arrivava ogni anno un nuovo fiore
frutto della semplicità contadina,
e ognuno di questi fiori portava con sé
povertà e carezze negate.
Ma ognuno voleva catturare il sole
e brillare tra i colori della vita,
ognuno doveva inventarsi il futuro
e solo la rabbia e le mani
erano gli strumenti per riscattarsi.
Eliseo era il decimo di quei fiori
che desideravano tutto ciò,
questo riscatto lo ha rincorso
nella polvere dei cantieri
tra le pietre e i legni tarlati,
tra i mattoni e i suoni dello scalpello.
Nelle sue mani risorge il bello,
sa plasmare le volte, i muri e le travi di castagno,
eterni testimoni della sua arte.
Il poeta degli stucchi, dei colori e delle terre ombre
spazia felice tra le rovine dei vecchi manieri,
delle rocche sepolte dalla tirannia del tempo
perché sa che li riporterà a nuovo splendore,
e gode quando si specchia nel pozzo
degli antichi casolari
o quando ridona luce alle pietre dormienti,
ai saloni decorati e alle loro mille storie.
Lui e la sua arte rimarranno impresse
tra quelle mura silenziose
fino a quando l’incuria umana ritornerà a minare
quelle pietre che ha tanto difeso.
Come un poeta… senza penna… ma con una cazzuola.